ARCHEOASTRONOMIA LIGUSTICA

 

 

Pubblicato in: R' nì d' àigura (Il nido d’aquila), n. 25, Genova, 1996, pp. 25-32.

 

 

LA PIETRA-FITTA DEI PRATI DI SAN LORENZO

 

Mario Codebò

 
 

Come è noto l'archeoastronomia è quella scienza ausiliaria dell'archeologia che studia le conoscenze, le indagini, gli strumenti astronomici dei nostri antenati, dalla preistoria fino al recente passato, e l'influenza che tutto ciò esercitava sulla loro cultura e visione del mondo, una traccia delle quali si riflette con evidenza nei loro miti e nelle loro religioni.

Nata nell'Europa settentrionale, patria dei grandi complessi megalitici, l'archeoastronomia ha iniziato a diffondersi anche in Italia fin dagli anni trenta ad opera delle pionieristiche indagini dell'Ing. G. Innerebner, allora limitate, però, al solo Alto Adige (G. Innerebner, 1937, 1959). In tempi più recenti essa sì è diffusa in tutta la nazione, soprattutto ad opera di due astronomi professionisti:; G. Romano (Romano 1992, 1995) ed E. Proverbio (Proverbio 1989).

Sulla scia di questi studi, anche in Liguria sono in corso da alcuni anni ricerche analoghe.

Qui presento l'unico sito finora individuato, degli oltre dieci da me studiati, nel territorio del quale si occupa la rivista che gentilmente mi ospita (Codebò 1993, 1994,1994a, 1995, 1999, c.s. 1).

Questa struttura è nota anche con altri nomi: menhir di Triora o del passo della Mezzaluna, o del passo della Teglia (E Barnardini 1975, 1981). Tuttavia la sua ubicazione esatta è sul margine occidentale della depressione dolinica detta di S. Lorenzo o prati di S. Lorenzo, dalla cappella omonima oggi ridotta ai soli ruderi delle fondamenta ed ubicata entro i confini comunali di Rezzo, sia pure al loro limite occidentale limitrofo a quello orientale dei comune di Molini, a quota m. 1400 s.l.m., lungo un antico sentiero forse originariamente congiungente la costa con la pianura Padana per via transalpina, in una zona ricca di castellari (molto vicino quello di Drego; cfr. Bernardini, 1981) e all'incrocio di altri cinque sentieri.

E' una lastra di pietra di forma sostanzialmente rettangolare, inclinata verso S di circa 40°, con due facce S-N e due spigoli E-W.  Misura: in altezza circa m 2 (per l'esattezza m 1,80 sulla faccia S inclinata al suolo e m 2,12 sull'opposta faccia N); in larghezza cm 80 alla base, cm 73 a metà altezza e cm. 56 al vertice spianato. Lo spessore differisce considerevolmente a seconda che lo si misuri sullo spigolo E o su quello W: sul primo cm. 26 alla base, cm. 20 a metà, cm. 11 al vertice; sul secondo cm 21 alla base, cm. 3-4 a metà, cm 1-2 al vertice.

 

Foto 1. (Foto Mario Codebò).

 

Come si deduce dalle misure e si vede dalla foto n. 1, si tratta in sostanza di una lastra quadrangolare molto sottile e carenata in senso E-W quasi ad indicare una direzione. In particolare lo spigolo E è piuttosto accuratamente appiattito come il vertice, formando all'intersezione con le due facce laterali veri e propri angoli retti, mentre lo spigolo W si assottiglia progressivamente in forma di prua di nave o di lama di coltello. L'inclinazione della pietra, come anche la sua ubicazione non esattamente sul crinale ma alcune decine di metri più a valle verso Molini di Triora potrebbe avere, secondo L. Felolo, la funzione di renderla visibile dal basso fino dal fondovalle.

Nel complesso la località è suggestiva e panoramica, godendovisi, per un arco di circa 150° W, un'ottima vista dell'intero sviluppo della valle dalla sua origine fino allo sbocco nel mare.

La particolare forma della lastra, così ben sagomata e carenata, identifica, di fatto, una direzione specifica verso il profilo delle Alpi Marittime ben visibili all'orizzonte occidentale; l'azimut di questa direzione può essere agevolmente rilevato affiancando il lato rettilineo della bussola ad una delle facce larghe della lastra, parallelo all'asse E-W, identificato, come si è detto, dagli spigoli carenati e mantenendo, ciononostante, la bussola in bolla. Questo azimut magnetico oscilla intorno ai 237°, corrispondenti al tramonto dei sole al solstizio invernale. Abbiamo visitato il sito (Filippo Bertolotti ed io) il 7/1/1990 ed abbiamo potuto vedere come in effetti a quella data il punto del tramonto solare sull'orizzonte montuoso visibile apparisse appena spostato a destra (vale a dire a N) dell'osservatore postosi dietro alla lastra a ridosso dello spigolo spianato.

L'azimut reciproco, pari a 57° e corrispondente alla levata del sole al solstizio estivo, non ha qui alcun significato essendo totalmente occultato dalla retrostante cima montuosa di quota mt. 1481 s.l.m. Data la conformazione della lastra non sembrano individuabili altre direzioni, benché la vista corra liberamente fino all'orizzonte marino in direzione 170°.

Quindi, in un certo senso, questo sito assomiglia a quello di Tramonti: anche qui, come là, è visibile solo il tramonto dei sole, ed in particolare quello dei solstizio invernale, con apparente esclusione di ogni altro (1).

La pietra-fitta della dolina di S. Lorenzo ha anche almeno due importanti aspetti in comune con il sito scozzese di Ballochroy: la direzione individuata per mezzo dell'asse piatto della pietra ed il secondo membro della coppia di mirini costituito da un rilievo naturale dell'orizzonte distante un certo numero di chilometri.

Conviene fare un breve accenno comparativo con il sito di Ballochroy. Qui l'allineamento è costituito da tre pietre fitte alte alcuni metri che puntano in direzione di una cista un tempo ricoperta da un tumulo, distante poche decine di metri e, oltre, ad alcuni chilometri di distanza, in direzione della sommità di un monte nell'isola di Cara, distante Km 12, dietro al quale tramonta il sole al solstizio d'inverno.

Poiché però le pietre sono molto appiattite in senso trasversale, si individua un'altra direzione, ortogonale alla prima, che punta - soprattutto dalla pietra centrale - in direzione del Ben Corra, la cima più settentrionale dei monti Paps sull'isola di Jura, distante circa Km 30, dietro al quale tramonta il sole al solstizio estivo.

Si è pertanto ritenuto - da parte di alcuni archeoastronomi, fra i quali il Prof. A. Thom - di trovarsi di fronte ad un eccezionale osservatorio preistorico dove, con un solo allineamento di pietre, si individuavano due posizioni fondamentali del moto apparente solare (un po' come nelle quattro Station Stones di Stonehenge Ib) per di più lungo distanze plurichilometriche: cosa questa che garantisce una precisione di mira ed una sua utilizzabilità nel tempo nettamente superiore a quella riscontrabile nella grande maggioranza delle altre strutture megalitiche europee, dove la limitazione delle costruzioni nell'ambito di alcune decine di metri fa sì che dopo non molti anni diventi evidente lo spostamento degli azimut solstiziali provocato dalla lentissima precessione planetaria che, nell'ambito degli ultimi 6.000 anni ha raggiunto il valore di circa 40' verso l'equinoziale, pari a poco più di un diametro apparente dei sole o della luna. In conseguenza di ciò, dopo un certo numero di anni, le "mire" diventavano imprecise e si era costretti a modificarle, pena l'inaffidabilità o, addirittura, l'abbandono dei sito.

Tutto ciò a Ballochroy è evitato per maggior tempo dalla distanza plurichilometrica dei mirini, costituiti, come si è detto, dalle tre pietre fitte e dalla sommità di monti lontani.

Ma il Dr. A. Burl (Burl, 1983) ha evidenziato come alla latitudine del sito - pari a 55° 44' N - inevitabilmente gli azimut dei solstizi estivo ed invernale risultino tra loro geometricamente complementari e, perciò, come qualsiasi allineamento sull'uno identifichi per forza l'altro ortogonalmente. Sulla base di ciò egli ha negato la funzione archeoastronomica di questo sito ritenendo la combinazione dei due allineamenti non intenzionale o addirittura ignorata dagli antichi costruttori, la volontà dei quali sarebbe stata invece quella di indicare e valorizzare l'antistante tumulo sepolcrale, anch'esso costruito casualmente sulle linee dei tramonto solare al solstizio invernale.
Bisogna ammettere che le argomentazioni di Burl sono solide e ben fondate. Anche l'obiezione che i costruttori abbiano voluto utilizzare pietre appiattite in senso laterale (anziché "a tutto tondo" come solitamente avviene) allo scopo di indicare un azimut è demolita da lui facendo notare che, alla cavatura, questo tipo di roccia locale si frattura spontaneamente in lastre appiattite. Così la funzione di Ballochroy rimane tutt'ora sospesa tra due interpretazioni opposte e, al momento, non sembrano esservi dati sufficienti per avvalorare con ragionevole certezza l'una o l'altra.

Tornando al nostro sito ligure, e prendendo esempio da quello scozzese, occorrerà uno studio geologico sulla pietra-fitta sia per verificarne l'origine locale o lontana, sia per definirne i piani di frattura.

E tuttavia non si può qui trascurare il fatto che qualunque sia la morfologia della roccia usata, la lastra è stata intenzionalmente sagomata (a differenza di quelle di Ballochroy) nei suoi due spigoli sagittali, spianando l'uno e affilando l'altro, sì da costituire una specie di freccia indicatrice. Questo tipo di intervento esclude del tutto ogni casualità.

Anche l'obiezione, sollevata da taluni, che la lastra sia un segno di confine territoriale non mi pare si accordi con la citata sagomatura, a meno che non si tratti di un riutilizzo, a tal fine, di un manufatto precedente.

Ma si può anche, con un certo sforzo, ipotizzare che la lastra sia stata così sagomata proprio per indicare la direzione di una linea di confine territoriale, dividendo, in tal caso una zona di proprietà a mare, o meridionale, da un’altra a monte, o settentrionale.

Nella sottostante dolina vi sono: un recinto quadrangolare di pietre (tipico giàs delle Alpi Marittime), alcune caselle ottenute chiudendo con muretti a secco dei ripari naturali sottoroccia, un masso piatto contenente una grossa coppella (o piuttosto, vaschetta) ovale con canaletto di scolo (E. Bernardini, 1975, pag. 47).

Il masso è lungo cm 190, largo cm 160 e alto dal suolo circa cm 100; sulla sua superficie quasi perfettamente piana è stata scavata la coppella con gli assi di cm 28 e cm 19 e la profondità di cm 10. Il canaletto di scolo, ortogonale all'asse maggiore, è lungo cm 11, largo cm 4,5 e profondo cm 6 e termina su uno spigolo del masso, provocando il deflusso del liquido eventualmente raccoltosi e la sua caduta al suolo.

Vaschette come questa, molto frequenti nel Finalese ed in tutto l'arco alpino (G.C. Borgna, 19.. ), a concorde parere di Sergio Martini (comunicazione personale) e mio, avevano, molto probabilmente, la funzione di consentire la raccolta di acqua piovana non stagnante - e perciò potabile - per mezzo di recipienti posti sotto lo sbocco del canaletto di deflusso (o, in altri casi un po' meno frequenti, del lato "ribassato"): esse diventavano, in tal modo, dei veri e propri imbuti o convogliatori di acqua piovana, mentre le vasche prive di deflussi, in genere più grandi e scavate al livello del suolo (pur esse abbondanti nel Finalese), servivano più probabilmente per l'abbeverata degli animali.

Sul lato orientale della dolina, a fianco dei sentiero principale, vi sono i ruderi, ormai irriconoscibili perché ridotti al solo basamento, della cappella dedicata a S. Lorenzo, la cui presenza sembra confermare l'ipotesi già avanzata da Felolo (1990, pp. 67) che questi piccoli edifici religiosi siano il prodotto della cristianizzazione di antichi luoghi di culto pagani.

L'autore, infatti, nella sua lunga pratica di alpinista ha notato come esse spesso siano costruite in luoghi isolati e lontani da abitazioni, talora lungo antichi tracciati di sentieri, frequentemente anche su cime di monti, vale a dire in luoghi che non giustificano facilmente la loro erezione con un uso religioso destinato a comunità abitative. Egli fa anche notare come, specie in età tardo-antica e altomedioevale, si susseguano abbastanza frequentemente sinodi vescovili deliberanti contro il "culto delle pietre", (i "bétili" e le "ashere" dell'Antico Testamento) all'epoca ancora vivo nei pagi e nelle comunità rurali in genere. Dai documenti rimastici risulta che le decisioni adottate consistevano talora nell'abbattimento dei “santuari” pagani, ma più spesso nella loro esorcizzazione mediante sovrapposizione del culto cristiano su quello pagano. Politica, questa, comune a tutta la Chiesa Cattolica Romana e largamente applicata nel calendario liturgico ove, accanto alla memoria dei martiri celebrati nel giorno del loro sacrificio cruento ("dies natalis" alla vita eterna e morte al mondo, regno di Satana - cfr. in Atti dei martiri), alcune fra le principali feste della cristianità, non chiaramente collocabili sulla base delle S.S. Scritture (come è, invece, il caso di Pasqua e Pentecoste), furono deliberatamente sovrapposte alle feste pagane a sottolineare il prevalere su di esse della nuova vincente religione.

 

(Disegno Mario Codebò).

La direzione (azimut) dei tramonto del Sole al solstizio di inverno indicata dalla pietrafitta della dolina di S. Lorenzo per mezzo del suo profilo più stretto (il punto interrogativo indica la necessità di ulteriori verifiche con il metodo astronomico).

E = valore dell'obliquità (o inclinazione) dei piano della eclittica rispetto al piano dell'equatore astronomico, pari a 23°26'21,448" nel 2.000 d.C.

Tale valore varia di circa 0,47" all'anno con una ciclicità la cui durata non è nota. Attualmente tale obliquità è in diminuzione da almeno 2.000 anni.

Per questi ed altri particolari dei moti celesti si veda in: Codebò 1994; Proverbio 1989; Romano 1992, 1995; Zagar 1948.

 

Tale è il significato della ricorrenza dei S. Natale al 25 dicembre, in coda alla celebrazione dei festeggiamenti del solstizio invernale, comune a molti popoli pre-cristiani europei: esso è il "dies natalis" del Cristo, unico ed autentico "sol invictus" da cui è lecito sperare ogni salvezza. Recenti studi archeoastronomici hanno evidenziato, già dall'epoca eneolitica, l'esistenza di celebrazioni pagane pervenuteci attraverso l'assai più tardo culto celtico; scoperta, questa, che ci costringe a concludere come la memoria di queste ricorrenze, squisitamente preistoriche, si sia tramandata, evidentemente in forma orale, di generazione in generazione per secoli, fino alla redazione scritta degli autori latini.

Nella tabella n. 1 sono riportate in colonna 1 le date di alcune fra le più note di queste festività; in colonna 2 la corrispondente declinazione dell'astro, celebrato sul piano dell'eclittica; in colonna 3 il loro nome "celtico"; in colonna 4 il corrispondente nome odierno profano; in colonna 5 la festività dei calendario liturgico cattolico romano di rito occidentale.

(Tabella di Mario Codebò).

NOTA (P) indica che nel calendario liturgico cattolico la festività ha una propria particolare liturgia, a conferma della sua solennità.

 

 

Il modo più semplice di cristianizzare una struttura pagana era di applicarvi una croce o incidendovela o impiantandovene una in legno, metallo, ecc.

Il primo caso è molto frequente nel Finalese, particolarmente al Ciappo de Cunche ed al Ciappo dei Ceci (noto anche come “Le Conchette”).

Un esempio del secondo caso sembra essere dato dal già citato menhir di Tramonti (o trilite di Schiara).

Una terza modalità, più complessa, può vedersi nel cosiddetto "nicciu du briccu du Broxin" ad Alpicella (Savona), segnalato a suo tempo da Mario Fenoglio. In questo caso, una pietra-fitta, alta circa m 2 e di diametro circa cm 70, è stata inglobata nel pilone votivo a forma di nicchia costruita sul bricco di/da Ambrogino (p. Bordo, 1991, pp. 99-100). Un sopralluogo del sito mi ha portato a constatare come:

a) La struttura sia eretta presso una sorgente d'acqua oggi intercettata, in posizione molto panoramica;

b) da essa siano visibili le sommità dei vicini Bric Castè (Q. m 500 s.l.m.) e M. Castellaro (Q. m 400) in corrispondenza degli azimut, rispettivamente, di levata e tramonto del sole al solstizio invernale.

Poiché i toponimi di queste due cime potrebbero essere indicativi di antichi insediamenti umani e d'altra parte l'identificazione di questi due azimut è molto recente, gli accertamenti sono ancora in corso.

Nel caso di luoghi di culto pagano di particolare interesse o dimensioni, si ricorreva alla costruzione di una chiesa. Esempi di questo genere sono: la parrocchia di Triora, costruita sopra un antico “fanum”, come segnalato da Felolo; l'abbazia di S. Stefano in Genova, costruita sopra un antico sacello pagano, forse dedicato ad Apollo (secondo la testimonianza di alcuni antichi documenti conservati alla Civica Biblioteca Berio; la cappella di S. Antonino di Perti (Finale Ligure), edificata sopra una grotta a pozzo, ritenuta sede di un antico oracolo ancora in tempi cristiani (N. Lamboglia, G.A. Silla, 1978); la cripta romanica di Perti Alta (Finale Ligure), edificata sopra un sepolcro di epoca romana (comunicazione personale); G. Magaglio (1991, p. 42) dà notizia di strutture medioevali nel Comune di Pieve di Teco (IM) costruite su precedenti edifici pagani: di particolare interesse il cimitero di Armo, forse ubicato sopra un'area di tombe a tumulo e la stele del M. Guardia Bella, di misura assai simile a quella di S. Lorenzo alla quale l'autore fa esplicito riferimento.

A conclusione di questo lavoro, è bene precisare che la pietra-fìtta della dolina di S. Lorenzo dovrà, appena possibile, essere misurata con metodi astronomici per stabilire, al di là di ogni dubbio inevitabilmente sollevato dall'uso della bussola, il suo preciso orientamento.

Se saranno confermati i dati magnetici qui esposti, si avrà una ragione in più per cercare di inquadrarla nel suo esatto ambito cronologico e culturale.

 

 

Bibliografia.

·                    Bernardini E. (1975). Arte millenaria sulle rocce alpine. Sugarco; Milano.

·                    Bernardini E. (1981). Liguria. Newton Compton, Roma.

·                    Bordo P. (1991). Itinerari d'accesso alle località di interesse archeologico e geomorfologico della valle del Teiro. Itinerario n. 3. In: AA.VV., Antico popolamento nell'area del Beigua, C.A.I. Comitato scientifico L.P.V., Vercelli.

·                    Borgna G.C. (?). L'arte rupestre preistorica nell'Europa occidentale.

·                    Codebò M. (1993). I menhirs di Torre Bastìa. Notiziario CAI sez. Ligure, sottosez. Bolzaneto, 11, Genova.

·                    Codebò M. (1994). Le cime, i profili, le ombre dei monti: calendari preistorici. CA.I. notiziario della sez. Ligure, 2, Genova.

·                    Codebò M. (1994a). Primi passi di un archeoastronomo. U.PS., Bollettino dell'Osservatorio Astronomico di Genova, 64, dicembre, Genova.

·                    Codebò M. (1995). Approfondiamo sull'archeoastronomia. Archeologia, 5-6 mag. - giu., (lettera in redazione), Roma.

·                    Codebò M. (1999). Ipotesi archeoastronomiche su alcune incisioni liguri. In: AA.VV, Atti del Worldwide Congress of Rock Art News 95, Torino.

·                    Codebò M. (c.s.). Le strutture a dolmen del Finalese. Astronomica, La Spezia.

·                    Felolo L. (1990). Pietre. Notiziario C.A.I.-U.L.E., 4, Genova.

·                    Innerebner G. (1937). Der Jobenbuhel. Der Shlern, 18.

·                    Innerebrier G. (1959). La determinazione del tempo nella preistoria dell'Alto Adige. Annali dell'Università di Ferrara, N.S., XV, 1, l.

·                    Lamboglia N., Silla G.A. (1978). I monumenti del Finale. Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordigliera (IM).

·                    Magaglio G. (1991). Le pietre di Teco, R nì d'aìgúra, 15, gen,giu.

·                    Proverbio E. (1989). Archeoastronomia. Teti.

·                    Romano G. (1992). Archeoastronomia italiana. C.L.E.U.P, Padova.

·                    Romano G. (1995). Orientamenti ad sidera. Essegi, Ravenna.

·                    Zagar F. (1948). Astronomia sferica e teorica. Zanichelli, Bologna (riproduzione anastatica 1984).

 

Torna all’indice cronologico.

Torna all’indice tematico.

Torna alla pagina iniziale.