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ARCHEOASTRONOMIA LIGUSTICA

 

 

Prefazione al volume di M.P. Zedda: Archeologia del paesaggio nuragico, Agorà Nuragica Editore, Cagliari, 12/2009, ISBN:

978-88-9010-783-2.

 

Mario Codebò

 

 

Con questo libro Mauro Peppino Zedda, ben noto per i suoi studi di archeoastronomia nell'ambito delle culture della sua natìa Sardegna, fa un'incursione nel modo degli antichi Ligures celeberrimi della letteratura romana ma spingendosi indietro nel tempo fino al mondo pre-indoeuropeo. Tali infatti erano probabilmente i Liguri nel periodo della loro massima espansione che li portò, secondo studi fioriti all'interno dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, a distribuirsi sulla costa settentrionale del Mediterraneo dalla foce dell'Ebro a quella dell'Arno e sulle Alpi occidentali (si noti che, se gli antichi abitatori della Valle di Aosta erano di stirpe ligure, come qualcuno sostiene, allora la necropoli eneolitica di Saint Martin de Corléans, così ricca di allineamenti astronomici, potrebbe essere un loro prodotto culturale), per subire poi nel tempo una coartazione sempre

maggiore ad opera di Celti ed Etruschi prima e di Romani poi, fino a ridursi entro i confini della Regio IX all'epoca di Augusto, di poco superiore alla moderna Liguria. Al loro estremo confine orientale i Liguri occuparono anche la regione delle Alpi Apuane dove, a quanto pare, si rifugiarono i pochi superstiti della sconfitta e della deportazione loro inflitta nel 180 a. C. dalle legioni di Roma. Infine nel 14 a. C. Augusto poté celebrare nel trofeo di La Turbie, iscrivendovene i nomi, la definitiva sottomissione delle ultime tribù liguri indipendenti. Finiva così dopo millenni la cultura "pre-protostorica" ligure – che invero pare fosse stata poco o punto romanizzata – e cominciava la loro cristianizzazione.

Il Monte Forato è noto da tempo in ambito alpinistico per i suoi fenomeni connessi al moto del Sole, ma mai nessuno lo aveva messo in relazione finora - a quanto mi risulta - con gli allineamenti delle chiese circostanti.

In Liguria sono documentati altri siti (la Pietra di Marcello Dalbuono, i tre Monti o Bric di Mezzogiorno, la Grotticella di S. Anna e la Strada a Tecnica Megalitica del M. Bèigua, forse il Quadrilite del Caprione e le incisioni del M. Pennone, la chiesa di S. Martino di Vasia) in cui il riconoscimento dello spontaneo verificarsi di alcuni fenomeni astronomici significativi avrebbero indotto popolazioni locali ad erigervi complessi architettonici atti ad evidenziarli e sfruttarli a fini calendariali e/o cultuali. Il caso di Monte Forato e delle chiese ad esso afferenti s'inserisce quindi in una tradizione nota e documentata, ancorché di non provata datazione per l'assenza di contesti archeologici, per altro pressoché non cercati.

Lo Zedda però compie un significativo passo avanti rispetto agli studi precedenti identificando nell'allineamento chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Fiattone – M. Forato il punto di arresto meridionale di Venere.

A quanto mi risulta, è questo il primo caso in assoluto d'indagine planetaria applicata ad un monumento archeologico europeo. Fino ad oggi lo studio archeoastronomico del moto dei pianeti e degli eventuali allineamenti risultanti era stato applicato solo alle culture pre-colombiane del Centro e sud America, mai a quelle europee, limitandosi per queste ultime ai soli movimenti di Sole, Luna ed in parte stelle. Ciò è certamente dovuto al fatto che le testimonianze "scritte" pervenuteci dal mondo meso e sud americano attestano incontrovertibilmente l'interesse di questi popoli per il moto dei pianeti visibili ad occhio nudo e segnatamente per quello di Venere, sul quale i Maya costruirono un calendario. Ma l'interesse delle "vicine" culture mesopotamiche per i pianeti, anzi l'esistenza tra esse di una vera e propria teoria predittiva dei moti planetari, ben documentata nel MUL.APIN, avrebbe dovuto indurre gli archeoastronomi quanto meno ad indagare sotto questo aspetto anche i monumenti della preistoria europea. Speriamo che quest'apertura di Zedda costituisca l'inizio di analoghe ricerche nelle culture del Vecchio Continente e del bacino del Mediterraneo.

Completano il breve ma intenso libro del nostro autore cinque schede tecniche sintetiche ma preziose.

Purtroppo nella maggior parte dei libri di archeoastronomia si evitano capitoli di astronomia sferica, di tecnica dei rilievi e di algoritmi di calcolo, forse ritenendoli "noiosi" o superflui per i lettori; eppure sono proprio questi argomenti che chiunque voglia dedicarsi all'archeoastronomia - e segnatamente i giovani archeologi – deve imparare ad applicare, perché come non si può fare archeologia senza conoscere le metodologie stratigrafiche di scavo altrettanto non si può fare archeoastronomia senza conoscere l'astronomia sferica.

 

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